Anziano malato dimenticato al Pronto Soccorso

Anziano malato dimenticato al Pronto Soccorso

  • Posted by demo
  • On 20/01/2015
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  • avvocato, diritti, malati

Tempo fa, mi sono interessato ad una
situazione di malasanità un po’ particolare.
Non si è trattato, per fortuna,  dell’ennesimo
episodio  del malato che perde la vita a
causa del cattivo funzionamento del sistema
sanitario, ma di un caso, altrettanto importante,
di dignità calpestata.

Un signore anziano, che chiameremo Mario,
è affetto da bronco pneumopatia cronica
ostruttiva (BPCO IV grado severo) e da
cardiopatia ischemica cronica.

Queste patologie sono abbastanza serie;
diciamo che, a seconda dei casi, comportano
una notevole riduzione del funzionamento
dell’apparato cardio-respiratorio.

Una mattina, a causa di un malore provocato
da uno scompenso cardiaco, Mario  è costretto
a chiamare l’ambulanza.

Il medico del 118, resosi conto delle precarie
condizioni di salute del malato, decide per un
ricovero urgente in ospedale.

Alle  ore 10,00 Mario entra nel reparto di pronto
soccorso e viene sistemato su una lettiga in
attesa del suo turno, sotto un condizionatore
acceso dal quale fuoriesce aria fredda.

E’ anche febbricitante. Non può muoversi,
perché è allettato da diversi anni.

Dopo un po’ di attesa, chiede al personale
dell’ospedale la cortesia di cambiargli
il pannolone che, nel frattempo,  si è
sporcato, ma viene completamente ignorato.

I familiari, che aspettano in sala di attesa,
si offrono di cambiare loro stessi il pannolone,
ma dagli infermieri ottengono solo risposte
evasive, frettolose e sgarbate.

Nel corso della giornata, i figli spiegano più
volte al personale medico e paramedico
che il loro papà non è autonomo, utilizza
pannoloni e ha bisogno di essere cambiato,
anche per evitare di aggravare ulteriormente
la sofferenza delle piaghe da decubito.

Inoltre, chiedono agli infermieri di spostarlo
dal getto di aria fredda del condizionatore.

Ma non succede niente. Rimane sempre
lì, solo. Con il pannolone sporco di urina e feci.

Mario è malato nel corpo, ma è mentalmente lucido.

Il pannolone sporco gli dà un fastidio enorme.

Ma lo infastidiscono ancora di più gli sguardi
delle persone che lo fissano con aria un po’
schifata a causa del cattivo odore che proviene
dal suo lettino.

E si sente sempre più imbarazzato ed umiliato
quando a guardarlo in quel modo sono alcuni
suoi conoscenti intrufolatisi nel reparto per fare
compagnia agli altri malati ricoverati.

Sì, proprio così! I suoi figli non li hanno fatti
entrare, come è giusto che sia, ma quel
giorno, nel reparto di pronto soccorso,
ci sono i familiari di altri malati. Nemmeno
loro dovrebbero trovarsi lì!

Il calvario di Mario termina alle ore 17,00,
quando viene trasferito nel reparto di
pneumologia  ancora nelle condizioni
vergognose in cui si trovava 7 ore prima.

A quel punto, può essere finalmente
cambiato dai parenti. Non dagli infermieri.

Qualche mese dopo, il nostro amico,
ritenendo di aver subito un trattamento
degradante e lesivo della sua dignità sia
di uomo che di malato, mi chiede di citare
in giudizio l’ospedale, per ottenere il
risarcimento dei danni non patrimoniali subiti.

Non si può negare che, a causa della
disorganizzazione, della carenza di
personale e di un po’  mancanza di
umanità e di buona volontà, Mario ha
effettivamente subìto una immobilità
forzata in condizioni decisamente
disumane e poco igieniche per ben 7 ore!!

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo
(CEDU), pronunciandosi in materia di
dignità, ha sostenuto che deve considerarsi
degradante quel trattamento che può causare
alla persona una umiliazione o un avvilimento
di una certa gravità.

Infatti, il malato ha il diritto di  ricevere le cure
e l’assistenza che si rendono necessarie in
base al proprio stato di salute ed alla propria
situazione personale, e tale diritto non può
essere limitato o escluso da ragioni
organizzative della struttura ospedaliera
(poco personale, mancanza di spazio, ecc.).

L’Azienda Ospedaliera è responsabile delle
azioni (e delle omissioni) compiute dai suoi
dipendenti, e risponde direttamente della loro
negligenza ed imperizia per le prestazioni
effettuate (o non effettuate) nei confronti
dei pazienti.

Quindi, il personale di un ospedale non può
rifiutarsi (o ritardare) di accudire un malato
ricoverato con la scusa che c’è poco personale,
troppo lavoro, o altre amenità del genere.

In una situazione simile, la Corte di Cassazione
(Sent. n. 39486 del 27/09/2006), giudicando
il caso di una infermiera che aveva ritardato il
cambio del pannolone ad un malato, ha affermato
che l’infermiere che rifiuta di effettuare le
operazioni di pulizia di un degente, che per
ragioni di igiene e sanità devono essere compiute
senza ritardo,  risponde del reato di omissione
di atti d’ufficio (art. 328 cp).

Sempre secondo la Cassazione, in questi casi
l’infermiere non può nemmeno addurre come
scusante la vergogna dovuta alla differenza di sesso.

Pertanto, la struttura ospedaliera risponde
anche dei danni causati dalle sue gravi
carenze organizzative.

Questi principi, ormai pacifici, sono stati confermati
più volte da vari Tribunali italiani.

Nel corso del giudizio abbiamo richiesto anche
l’interrogatorio formale del rappresentante legale
dell’ospedale, ma questi non si è presentato, per
cui il giudice, anche da tale comportamento, ha
tratto elementi di valutazione per la sua decisione.

L’azienda ospedaliera (forse per la vergogna) non
ha neanche provato a difendersi.

Ovvero, per la precisione, si è costituita in giudizio,
ma  i suoi legali non si sono mai presentati al processo.

Il Giudice di Pace, valutate le prove, ha accolto
la nostra domanda, condannando l’azienda
ospedaliera al risarcimento del danno.

Il giudice ha ritenuto che l’anziano paziente
sia stato trattato in modo indegno e contrario
ai principi  etici e morali, con grave violazione
del diritto alla salute in senso ampio e del
diritto alla dignità umana.

Alla luce di quello che si sente dire, sempre
più spesso, sul “Pronto Soccorso”, ultimamente
ribattezzato “Lento Soccorso”, sono sempre
più convinto che Mario abbia fatto bene a citare l’ospedale.

Non per i soldi. La sua vita non è cambiata
con mille euro in più.

Ma per ricordare ad alcuni boriosi professoroni
in camice bianco che la dignità umana va sempre
rispettata, a prescindere dall’età, dallo stato di
salute e dalla posizione sociale del malato.

Siamo in Italia, e certi episodi non dovrebbero
verificarsi. Tuttavia, quando succedono, fanno arrabbiare.

Soprattutto perché gettano discredito anche sui
medici e paramedici, e sono tanti,  che svolgono
con diligenza, professionalità ed umanità il proprio lavoro.

Ritengo, pertanto, che siano sicuramente da
condannare quegli episodi in cui i familiari dei
malati, presi dall’esasperazione, minacciano,
ingiuriano o, peggio, picchiano medici ed infermieri
giudicati poco attenti, garbati o umani, pensando
di ottenere, in tal modo, più rispetto e considerazione.

Credo, tuttavia, che siano altrettanto riprovevoli
quei comportamenti arroganti e boriosi di una
parte del ceto medico, che appaiono ancora più
odiosi e vili perché compiuti con il camice bianco,
in strutture che dovrebbero essere al servizio
esclusivo del malato, e non centri di potere
clientelare, in cui ci si riveste di forza ed autorità
solo con i più deboli e gli inermi.

Avv. De Natale

 

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